Lungo la linea dell’Isonzo, all’ombra dei ponti di Salcano, a caccia di pljeskavica e birrone


Salcano, ponte ferroviario

Salcano, ponte ferroviario

L’allegra combriccola arriva a Salcano dove il nucleo di case guarda i due ponti sull’Isonzo: quello ad “arcata unica in pietra tagliata più lungo del mondo, con i suoi 85 m di estensione” ti fa salire la vertigine, specie se poi imbocchi la tortuosa salita che porta alla cima del Sabotino. L’altro è il ponte ferroviario ad un solo binario su cui il trenino rosso che parte dalla stazione della piazza Transalpina arriva sino a Jesenice. La valle del Reka Soca è truce e oscura, il grande monte incombe e quando sei lì sotto pensi a tutte le battaglie che italiani e austriaci hanno combattuto durante la prima guerra mondiale.

E’ domenica e fa buio presto, in paese voltiamo verso il fiume e troviamo il Centro kayak, per arrivarci superiamo il famigerato passaggio a livello che sino a poco tempo fa non era protetto da sbarre. Sulle rive del fiume non c’è quasi nessuno, tranne un coraggioso con una canoa gialla e blu che sfida l’acqua fredda e prova e riprova il percorso.

Per mangiare qualcosa, un mio vecchio amico mi aveva consigliato una sorta di ranch sulle rive del Soca: partiamo costeggiando la valle a precipizio, il fiume borbotta e sulla strada rombano motociclisti forsennati. Sulla sinistra troviamo il Dolga Njiva che promette quintali di čevapčiči e un ghiacciato roseto di Laško da mezzo litro.

Salcano, Dolga Njiva

Salcano, Dolga Njiva

C’è un sacco di gente e bisogna adattarsi, sedendosi vicino a chi capita. E siccome in ogni posto mi imbatto in qualcuno che conosco, al tavolo con noi ritrovo un ragazzo che fa il pittore e che non vedo da anni. Dipinge interni di chiese in zona e sta immaginando una nuova Danza macabra sotto Sveta Gora. Molti guardano Slovenia-Croazia di basket in Tv, una partita impossibile se fossimo nel 1990. Ma la lunga teoria di pljeskavica, piattoni di “civa”ražnjići, grigliatone con cipolle, birroneajvar e il classico Pelinkovac finale ti fa dimenticare in che anno siamo e riempe il tempo che passiamo prima di tornare, senza propusnica, dall’altra parte del confine di nuovo inesistente.

Le “copie di fato” di Monfalcone e dintorni/2


Monfalcone coi suoi dintorni propone sempre volti interessanti.

gerarddepardieu.giorgiobrandolin

Uomini per tutte le poltrone: in questi anni hanno rivestito ogni ruolo possibile. Quello a sinistra (detto anche Brandon Leen) ora è volato a Roma agli ordini del Soviet emilian-bersaniano, l’altro (detto anche De-por-Dieu) è scappato a Mosca alla corte dello Zar.

FurioHonsell.RosyBindi

Prima e dopo la cura. Dalla dolce Rosy al secco Furio ecco i veri misteri della politica italiana: come una immacolata donzella democristiana, tutta casa, chiesa e partito, può diventare un logico e barboso primo cittadino, incomprensibile come un logaritmo.

robertodipiazza.jamesgandolfini

Il vecchio Robi è bello pimpante e la sua lucida pelata muggesana punta da anni a Roma, nella capitale invece il povero Gandolfini ci è rimasto secco, ma noi vorremmo che tornassero tutti e due nella stanza dei bottoni: le rispettive famiglie hanno bisogno di loro.

fabiodelbello.genewilder

Nidi di capelli pieni di sagaci idee: Del Bello sogna di rivoltare la ditta del Pd monfalconese ma i soliti corvacci lo sbeffeggiano mentre Willy Wonka non ne ha bisogno: la sua fabbrica di cioccolato funziona a meraviglia e incanta i bimbi di ogni epoca.

renzotondo.luigidelneri

Uno della Carnia, l’altro della Bassa friulana, Tondo e Delneri hanno un eloquio incomprensibile e sono rimasti ancorati a vecchi schemi tattici su una scacchiera che non funziona più: esonerati senza rimpianti, oggi si godono una pensione d’oro.

Storia di parrucchieri cinesi a Monfalcone, Cassius Clay, Vietnam e ghiribizzi


coltello cineseQuanto tagliale?” La domanda aleggiava nel centro di Monfalcone il giorno in cui decisi di andar dai cinesi (o sono giapponesi?) a tagliarmi i capelli. C’è un sacco di gente che non vuole andare da loro: dicono che non pagano le tasse. Perchè, gli italiani lo fanno? Dicono che fanno le tinture con la tempera e il carbon coke. Beh, meglio che spacciare. Comunque io non detesto ne’ i cinesi ne’ i giapponesi, non mi hanno fatto nulla. Detesto solo chi mi ha fatto del male, nessun altro.

In fondo è come quella frase del grande Cassius Clay  (poi divenuto Muhammad Alì), quando si rifiutò di partire per la guerra in Vietnam e il governo Usa gli tolse la patente e anche il titolo di campione del mondo dei pesi massimi e anche lo ficcò in galera, in quanto nero, renitente e per di più musulmano. Chissà se c’era Guantanamo, quella volta.

Comunque -dicevo- è come quella frase di Clay  Alì, quando si rifiutò di andare in Vietnam. “Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro”- disse. Appunto, quindi perché avercela con gente che non ti ha detto o fatto mai niente di male? Prenditela con quelli che ti hanno rotto le gonadi e che magari hanno la faccia, la pelle e la lingua come la tua, no?

Ma torniamo al mio caso: io sono abbastanza brutto e quindi tagliarmi o no i capelli non muta la realtà, ma la mamma insiste e quindi devo andarci, lei spera ancora che mi trovi qualche brava ragazza e che mi accasci da qualche parte. Per questo mi tocca di andare da qualche parrucchiera tignosa, che mi carica di lamentele sulle tasse da pagare, mancanza di lavoro, clienti idioti e pieni di forfora o sui problemi della ricostruzione unghie o su  chi si scopa Belen. A me di queste cose frega poco, anch’io pago le tasse e non mi lamento, non ho la forfora, le unghie me le mangio con gusto e non farò mai l’amore con Belen, per cui sono fuori dalla modernità.

Non solo: la parrucchiera nostrana prima ti fa aspettare mezzora perchè deve lisciare il pelo alla vecchiaccia di turno, poi ti impiomba delle suddette chiacchiere e infine ti spara 20 euro per una rasoiata di 3 minuti netti, eseguita inoltre parlando al telefono con la sua amica che sta sputtanando le scarse doti del marito. E tu, a mezzo centimetro, senti i anche i particolari. In via 9 giugno invece ti ficcano subito sulla poltrona, ti tagliano la zazzera in un minuto netto e alla fine ti fanno pagare 10 euro (con scontrino). Il ragazzo è gentile e silenzioso, si chiama Matteo. Non ho mai capito perchè i cinesi che conosco si chiamano tutti Franco, Ugo, Carlo e Matteo.

Matteo è secco, preciso, senza fronzoli, l’unica frase che ti rivolge è “Quanto tagliale?”. Nessuna chiacchiera, niente gossip, niente fondate critiche al sindaco, al Governo o all’opposizione o su chi mette le corna a chi. E – soprattutto- nessun commento trito e ritrito sulla crisi mondiale.

Anche perché che ne sa il cinese della crisi mondiale? Quelli fanno lavorare i bambini di 4 anni nelle miniere di rame e se qualcuno protesta gli tagliano il codino e anche tutto il resto. Per forza che hanno i miliardi.