Questa sera concerto in centro; così l’associazione SmarTown salva Monfalcone a suon di jazz e cultura autoctona


Bar Marino monfalconeMonfalcone ha problemi fastidiosi come tubi di ferro nel cervello: degrado, furti, disoccupazione, arroganza, bici rotte, emigrazione e bastonate. Ma ci pensa l’associazione SmarTown a risolvere i casini nel segno della cultura indigena. L’associazione, nata lo scorso anno, lotta contro la deriva della città con una serie di iniziative che stimolano la cittadinanza a risollevarsi: è una battaglia nobile e imponente.

Per tale motivo questa sera alle 21.30 l’associazione propone, per il suo progetto “SmART Music”, un concerto jazz in Bar da Marino in viale San Marco a Monfalcone con Giorgio Pacorig al piano e Enrico Sartori al sax e clarinetto. L’appuntamento è stato reclamizzato da un volantino distribuito in città.

Il testo del volantino che promuove il concerto recita:

<<SmART music è un progetto volto ad “acculturare” anche con la musica gli spazi urbani di Monfalcone. Una cultura organizzata dai cittadini per i cittadini è ciò di cui ha bisogno un tessuto sociale così pesantemente provato come il nostro. Solo valorizzando la cultura europea, italiana e autoctona si riuscirà a trasformare illegalità e squallore in SENSO CIVICO, BELLEZZA e GIOIA DI VIVERE. Il cittadino va in tutti i modi incoraggiato ad un risveglio che vinca i vari tipi di inerzia e individualismo. Nella ferma convinzione che in seguito, anche chi è delegato ad amministrare la RES PUBLICA coglierà questo terminale flebile lamento. SmART music è un dipartimento dell’associazione culturale SMARTOWN, la quale in soli nove mesi di attività ha riportato SPERANZA intesa anche in senso cristiano del termine nella nostra comunità cittadina>>.

I significati che colgo da questa sorta di manifesto programmatico sono:

A. Che solo valorizzando la cultura europea, italiana e autoctona si allontana lo squallore e l’illegalità. La domanda è: se invece valorizzi la cultura africana, asiatica, americana, oceanica o eschimese allora a Monfalcone trionfano schifezze, furti e cacca per le strada? Quindi il degrado è solo colpa delle culture extra-europee?

Miles Davis

Miles Davis

B. Che il jazz viene usato per esaltare questa pretesa cultura europea, italiana e autoctona, tutta legalità e pulizia. Ma il jazz viene da tutti altri mondi, anche dai bassifondi, e se dici jazz non pensi alla legalità, pensi alla musica geniale di gente come Charlie Parker che si faceva scoppiare le vene di eroina e girava strafatto per New York, a John Coltrane che prendeva di tutto, a Miles Davis che si perdeva in droga e bicchieroni. Non erano tipi regolari, legali e angelici e non si facevano comandare dai vigili urbani. Basta andare a leggere quello che diceva un grande jazzista, Duke Ellington: “Il jazz è sempre stato come il tipo d’uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia”.

Duke Ellington

Duke Ellington

C. Cosa centra la speranza cristiana con il degrado del centro di Monfalcone non si sa. Casomai per avere speranze potrò credere in Cristo o in Maometto o in Buddha o in Miles Davis, se ne ho voglia, non di certo in SmarTown.

D. Forse mi sono addormentato ma non ho colto le miracolose attività organizzate in città dall’associazione in questi nove mesi. Non mi pare che, nonostante le pretese salvifiche, abbiano cambiato nulla.

E. Non mi va di farmi acculturare da SmarTown, che organizza concerti jazz per valorizzare quella cultura autoctona che con il jazz non centra nulla. Se voglio acculturarmi vado in biblioteca e prendo un libro o ascolto un disco o mi guardo un film. O incontro qualche persona intelligente – esistono ancora – con cui far due chiacchiere imparando qualcosa.

Penultima cosa: Giorgio Pacorig è un ottimo pianista e una persona in gamba. Io lo conosco e mi sa che non è molto d’accordo con discorsi del tipo “cultura autoctona“. A proposito: andrò a vederlo a Dobia, domani e dopodomani.dobialab

Ultima cosa: i volantini che reclamizzano l’evento sono stati infilati nelle cassette delle lettere, incastrati nelle fessure delle porte, messi sotto i tergicristalli delle auto e appiccicati alle vetrine dei negozi. Per colpa del vento, però, ora sono tutti volati via e i marciapiedi e le strade e i giardini sono pieni di questi volantini che sporcano e indeboliscono il decoro dell’arredo urbano. Non si potrebbe intervenire e rendere finalmente più pulita Monfalcone?

I morsi della crisi colpiscono anche Monfalcone: il Festival Ronde Mediterranee chiude i battenti


Ronde Mediterranee Festival di MonfalconeIl Festival Ronde Mediterranee chiude: è stato un vero e proprio golpe quello che la Giunta al potere in Friuli Venezia Giulia ha fatto scattare per stroncare una manifestazione assai apprezzata a Monfalcone e dintorni. Niente più serate all’insegna della cultura di ricerca: molti in città si sono adombrati per questa notizia e sembra che stia per nascere un Comitato pronto a scendere in piazza per difendere il diritto di difendersi.

In attesa di sviluppi, ripercorriamo la storia della kermesse nata nel 2008 in città: nella prima edizione il Festival aveva organizzato tavole rotonde, incontri pubblici e corsi di galateo della bastonatura. L’ospite più prestigioso era stato il fautore dell’italianità di Trieste, Gardossich, che aveva tenuto una relazione su maggioranze e minoranze mentali. Il programma era nutrito e dopo mattinate di discussioni e pomeriggi di match di batti e corri per scaldare i muscoli, la sera scattavano i pattugliamenti anti-degrado conditi dagli applausi da parte dei civili.le ronde antitutto

La prima edizione, ancora sperimentale, aveva puntato sul bersaglio classico, inseguendo e scacciando rom, israeliti, meridionali, barboni e africani neri. Dopo il trionfale debutto, Ronde Mediterranee ha intelligentemente diversificato la proposta, giostrando tra il rispetto della tradizione e l’apertura verso il mondo che cambia. L’attività si è rivolta dunque alle comunità dei bengalesi, poi ai serbi-albanesi quindi verso i cinesi, con mazzate e tagli della barba o del codino a tutti quanti. Molto riuscita l’edizione dedicata ai bengalesi, colpevoli di sedersi sul basamento del campanile, di indossare il burqa e di sputare in terra. Giù colpi psicologici e legnate fisiche perchè i “bangla” lordano il salotto buono di Monfalcone e nelle case prese in affitto (in nero?) consumano cibi maleodoranti.

ronde padaneTra l’altro il Festival ha sempre sostenuto una forte valorizzazione della gastronomia locale, con stand che proponevano, in controtendenza rispetto ai gusti orientali, cibi come baccalà mentecatto (in onore della società organizzatrice), cavoli lessi, fegato macerato, minestrone di asparagi e pesce fritto. Per combattere l’invasione che rovina la nostre identità culinaria, gli stand curavano pure la distribuzione di strudel, krapfen, goulash, ćevapčići e altre leccornie indigene.

Negli ultimi tempi la crisi si è però fatta sentire in maniera feroce: lo scorso anno per ridurre i costi i partecipanti si erano limitati a dar la caccia a qualche povero cristo bisiaco con la barba lunga e a qualche vecchia col foulard in testa. Ora tutto è finito, nonostante il grande successo e il consenso oltre i confini regionali: Ronde Mediterranee chiude ma gli organizzatori stanno già individuando possibili alternative: in pole position ci sono l’Ungheria, la Russia e la Grecia.

Paul McCartney all’Arena di Verona: Macca spacca sempre di più!


L'ex Beatl Paul Mccartney in concerto all'Arena di Verona

Paul McCartney a Verona

I monfalconesi vanno dappertutto e ieri sera erano all’Arena di Verona a veder un pezzo di Beatles. Il vecchio Paul è in gran forma: una settimana fa ha fatto 71 anni e ci da dentro per 2 ore e ¾, merito della moglie giovane appena sposata e grande F. (delle prime 2, una ha perso la vita, l’altra ha perso una gamba) e del vegetarianesimo e di un repertorio che nessuno ha.

Solo lui può tirar fuori i pezzi della coppia autoriale più grande del mondo e non pagare una sterla di Siae. E’ un juke-box umano questo McCartney che inizia con un classicone come “8 giorni alla settimana” e prosegue con una miriade di perle. I pezzi che mi hanno più colpito sono “Vivi e lascia morire” dove dimostra di essere più in tiro delle “Pistole&Rose” e ad ogni cambio di ritmo dal palco scoppiano mortaretti e petardi e il cielo veronese, che per fortuna non ha mandato giù pioggia, si riempie di coriandoli poi raccolti dalle ninfette in strada.

Gran rock nella malefica mansoniana “Scivolo a spirale”, primo pezzo hard, heavy, punk o quello che è della storia del rock, così dicono gli storici. Altro pezzone che mi è assai piaciuto è “Possiamo venirne fuori” e le ballate al piano: “Lascia che sia” “Forse sono sorpreso” e persino “La lunga e ventosa strada” che di solito detesto e che invece mi ha conquistato. Ecco perché uno va a vedere i concerti, per farsi convincere che anche le canzoni che non ci piacciono invece possono piacerci.

Arriva finalmente il leggendario Sergente Pepe con  “La simpatica Rita” e  “E’ a beneficio del signor Aquilone” che ha ritmato e mastrussato con quelle fughe in avanti che il signor Martin aveva trovato tagliando a caso i pezzetti di nastro registrato. Meraviglie della tecnica: quella volta gli “Scarafaggiavevano interrotto le tournee perché non riuscivano a riprodurre quei suoni sul palco, oggi basta un software scaricato gratis da Google e il gioco è fatto.

Il Macca mi ha colpito anche su “Ieri” durante la quale ha perso il tempo e sbagliato le parole, mentre il pubblico le sapeva a memoria: chi può dire di potersi dimenticare le parole di una canzone così? Solo lui. Ottimo invece in “Qualcosa” del vecchio Harrison, con quell’assolone indimenticabile alla Clapton, il migliore, a mio vago giudizio, della storia del rock.

Gigantesco il Macca in “Merlo” una canzone sublime di un immane Disco Bianco. Finale classicone con il trittico “Sogni d’oro”-“Porta il peso” “La fine” con quel epitomico “e alla fine l’amore che prendi è uguale al’amore che fai”. E non aveva ragione?

Il pubblico era in visibilio, godeva come una porcellana ed era pieno di varietà:  vecchi di 92 anni con la cravatta e rossi in muso, ometti buonini simili a boy-scout con la mammina, milaneeesi con la E larga, vecchie orrende, qualche teeny interessante, bimbi di 7 anni che correvano per vedere il nonnaccio rock, e io, che avevo un K-way del 1995 spaventoso, tipo pappagallo brasiliano. Ottimo concerto, mi sono divertito e bene anche i treni: nessun ritardo. Forse la cosa più incredibile.

Alla fine posso dire che ho visto suonare l’emisfero mancino dei Beatles: era lo scopo al quale tendevo da quando ero adolescente. Ora non mi resta che attendere il live di Lennon: è dura, ma ce la farò.