Le “copie di fato” di Monfalcone e dintorni/2


Monfalcone coi suoi dintorni propone sempre volti interessanti.

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Uomini per tutte le poltrone: in questi anni hanno rivestito ogni ruolo possibile. Quello a sinistra (detto anche Brandon Leen) ora è volato a Roma agli ordini del Soviet emilian-bersaniano, l’altro (detto anche De-por-Dieu) è scappato a Mosca alla corte dello Zar.

FurioHonsell.RosyBindi

Prima e dopo la cura. Dalla dolce Rosy al secco Furio ecco i veri misteri della politica italiana: come una immacolata donzella democristiana, tutta casa, chiesa e partito, può diventare un logico e barboso primo cittadino, incomprensibile come un logaritmo.

robertodipiazza.jamesgandolfini

Il vecchio Robi è bello pimpante e la sua lucida pelata muggesana punta da anni a Roma, nella capitale invece il povero Gandolfini ci è rimasto secco, ma noi vorremmo che tornassero tutti e due nella stanza dei bottoni: le rispettive famiglie hanno bisogno di loro.

fabiodelbello.genewilder

Nidi di capelli pieni di sagaci idee: Del Bello sogna di rivoltare la ditta del Pd monfalconese ma i soliti corvacci lo sbeffeggiano mentre Willy Wonka non ne ha bisogno: la sua fabbrica di cioccolato funziona a meraviglia e incanta i bimbi di ogni epoca.

renzotondo.luigidelneri

Uno della Carnia, l’altro della Bassa friulana, Tondo e Delneri hanno un eloquio incomprensibile e sono rimasti ancorati a vecchi schemi tattici su una scacchiera che non funziona più: esonerati senza rimpianti, oggi si godono una pensione d’oro.

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Tutti i bar di Monfalcone hanno il loro Jean Paul Sartre


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Jean Paul Sartre

A Monfalcone, si sa, basta aver letto due tascabili Harmony per essere considerati dei fini intellettuali e, per larghezza di vedute, dei Sartre del terzo millennio. Uno di questi intellettuali è Pino L.: 60 anni appena sfatti, sguardo sbandato, canotta blu sporco, baffetti alla David Niven. E l’aria da viveur notturno confermata ogni sera nei suoi vagabondaggi in bici.

Pino ha tre indefesse convinzioni: una netta idiosincrasia per il lavoro, un forte interesse per le donne di tutte le taglie e  mestieri e una sviscerata passione per i bicchieri riempiti. Come dargli torto?

Ci sono tre istanti che me lo fermano nella memoria. Una sera di qualche estate fa io e J.C., un mio amico di origini sarde, eravamo in via Sant’Ambrogio a sorseggiare dell’alcool. Pioveva e ci riparavamo sotto i portici quando arrivò Pino che cercò con scarso successo di attaccar bottone con noi. All’improvviso passò una bionda teutonica in short stretti, gambe chilometriche, pelle di pesca, sorriso da infarto e senza reggiseno: una meraviglia di ragazza. Tutti noi ci girammo in simultanea per guardarla ancheggiare, riconoscendoci in un senso comune di appartenenza alla razza umana. Ma, forse più sensibile di noi, Pino sbottò con un secco: “Osti, guarda che figassa… Per una come questa potrei anche tornare a lavorare!

Un’altra sera Pino gironzolava per i locali ancora aperti, saranno state le 3 di notte di un giorno di mezza settimana. In Buzz non c’era nessuno tranne uno gettato sul banco. Pino entrò e con mia grande sorpresa era completamente nudo. Non del tutto, comunque: aveva infatti un paio di calzini bianchi ai piedi. Io e la Signora lo guardammo un poco perplessi, infatti persino la Lizia non riusciva a dir parole. Era quindi nudo e sulla porta sbraitò, drammatico: “C’è Mario? E’ qui Mario? Dove sei finito, Marioooo?!?” Io e la Signora lo guardammo ancora e lui, non ricevendo risposta alla sua legittima questione, sbattè la porta e uscì. Lungo via 9 giugno lo sentivamo domandare ai pali della luce se qualcuno di loro avesse visto il suo amico.

Dicevo all’inizio che a Monfalcone basta aver letto due tascabili e si diventa automaticamente intellettuali di prestigio. Infatti ero in via Roma a notte nemmeno tanto fonda. Pino era con un degno compare ( forse era proprio Mario) e discuteva di altri locali. Infatti a Monfalcone è tipico trovarsi in un bar e parlare di altri, è come stare con la tua ragazza e parlare di altre donne, non è una grande idea, ma capita. Pino aveva un vuoto di memoria.  “Come si chiama – domandò- quel bar in via Cosulich vicino alla Capitaneria?” “Non so – rispose l’amico – ma mi sembra che si chiami come quello scrittore ubriacone che scriveva robe sconce…” “Eh, non mi ricordo – annuì Pino che poi aggiunse – ma pensa te: in quel posto hanno il cesso con le piastrelle nuove e sono così belle che mi seccava persino andarci a far la pipì!”. Non sappiamo, per la cronaca, dove poi l’abbia fatta.

Paul McCartney all’Arena di Verona: Macca spacca sempre di più!


L'ex Beatl Paul Mccartney in concerto all'Arena di Verona

Paul McCartney a Verona

I monfalconesi vanno dappertutto e ieri sera erano all’Arena di Verona a veder un pezzo di Beatles. Il vecchio Paul è in gran forma: una settimana fa ha fatto 71 anni e ci da dentro per 2 ore e ¾, merito della moglie giovane appena sposata e grande F. (delle prime 2, una ha perso la vita, l’altra ha perso una gamba) e del vegetarianesimo e di un repertorio che nessuno ha.

Solo lui può tirar fuori i pezzi della coppia autoriale più grande del mondo e non pagare una sterla di Siae. E’ un juke-box umano questo McCartney che inizia con un classicone come “8 giorni alla settimana” e prosegue con una miriade di perle. I pezzi che mi hanno più colpito sono “Vivi e lascia morire” dove dimostra di essere più in tiro delle “Pistole&Rose” e ad ogni cambio di ritmo dal palco scoppiano mortaretti e petardi e il cielo veronese, che per fortuna non ha mandato giù pioggia, si riempie di coriandoli poi raccolti dalle ninfette in strada.

Gran rock nella malefica mansoniana “Scivolo a spirale”, primo pezzo hard, heavy, punk o quello che è della storia del rock, così dicono gli storici. Altro pezzone che mi è assai piaciuto è “Possiamo venirne fuori” e le ballate al piano: “Lascia che sia” “Forse sono sorpreso” e persino “La lunga e ventosa strada” che di solito detesto e che invece mi ha conquistato. Ecco perché uno va a vedere i concerti, per farsi convincere che anche le canzoni che non ci piacciono invece possono piacerci.

Arriva finalmente il leggendario Sergente Pepe con  “La simpatica Rita” e  “E’ a beneficio del signor Aquilone” che ha ritmato e mastrussato con quelle fughe in avanti che il signor Martin aveva trovato tagliando a caso i pezzetti di nastro registrato. Meraviglie della tecnica: quella volta gli “Scarafaggiavevano interrotto le tournee perché non riuscivano a riprodurre quei suoni sul palco, oggi basta un software scaricato gratis da Google e il gioco è fatto.

Il Macca mi ha colpito anche su “Ieri” durante la quale ha perso il tempo e sbagliato le parole, mentre il pubblico le sapeva a memoria: chi può dire di potersi dimenticare le parole di una canzone così? Solo lui. Ottimo invece in “Qualcosa” del vecchio Harrison, con quell’assolone indimenticabile alla Clapton, il migliore, a mio vago giudizio, della storia del rock.

Gigantesco il Macca in “Merlo” una canzone sublime di un immane Disco Bianco. Finale classicone con il trittico “Sogni d’oro”-“Porta il peso” “La fine” con quel epitomico “e alla fine l’amore che prendi è uguale al’amore che fai”. E non aveva ragione?

Il pubblico era in visibilio, godeva come una porcellana ed era pieno di varietà:  vecchi di 92 anni con la cravatta e rossi in muso, ometti buonini simili a boy-scout con la mammina, milaneeesi con la E larga, vecchie orrende, qualche teeny interessante, bimbi di 7 anni che correvano per vedere il nonnaccio rock, e io, che avevo un K-way del 1995 spaventoso, tipo pappagallo brasiliano. Ottimo concerto, mi sono divertito e bene anche i treni: nessun ritardo. Forse la cosa più incredibile.

Alla fine posso dire che ho visto suonare l’emisfero mancino dei Beatles: era lo scopo al quale tendevo da quando ero adolescente. Ora non mi resta che attendere il live di Lennon: è dura, ma ce la farò.