A Trieste il cimitero ebraico di via della Pace è un labirinto di nomi e pietre senza ritorno


A Trieste i cimiteri sono incastrati nella stessa strada, a pochi passi dal luogo in cui i bambini, al Burlo Garofalo, vengono alla luce: in via della Pace convivono uno addosso all’altro il cimitero dei greco- ortodossi, il cimitero ebraico, quello militare, l’evangelico, l’ortodosso serbo e quello musulmano che è l’unico cimitero italiano dedicato interamente ai fedeli dell’Islam. Il camposanto cattolico è a pochi metri, in via dell’Istria, dove Amalia, Giustina, Anna, Maria e Paola dentro i loro baracchini variopinti vendono i fiori sul piazzale.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl cimitero ebraico raccoglie la memoria incisa nei nomi di pietra della comunità israelitica triestina: nel capoluogo giuliano la comunità oggi conta 600 anime, mentre prima della seconda Guerra mondiale e delle persecuzioni, annunciate in Piazza Unità da Mussolini nel ’38, la popolazione ebraica raggiungeva le seimila unità. Molti sono morti nei lager e ora dormono in via della Pace, tanti son riusciti a scappare, in pochi sono rimasti: non a caso il declino di quella che era una città-guida del grande Impero è coinciso con la riduzione traumatica della presenza ebraica.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Più di altri luoghi più recenti, come la Sinagoga costruita dai Berlam nel 1912, il cimitero racconta la storia di un rapporto secolare: il primo ebreo a stabilirsi in quello che ancora non era il porto dell’Impero fu un certo Daniel David, un askenazita partito da Klagenfurt nel 1246. Da quel momento la comunità prese forma, con gli askenaziti e i safarditi che portarono la loro intelligenza in una città in espansione, con un commercio vivace e un futuro di grandi promesse. Con l’insediamento delle prime famiglie, la comunità doveva fronteggiare problemi pratici: il primo cimitero venne costruito in via del Monte, ai piedi del Colle di San Giusto, per poi venir spostato nel 1843 dove si trova oggi, in una zona più decentrata. Non era elegante, mugugnavano i benpensanti, che un cimitero di ebrei fosse così in vista, proprio vicino al simbolo della città.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAOggi è un labirinto sommerso: le tombe sono immerse nel silenzio e solo un minuscolo custode fa quel che può lottando contro la decadenza. Molte lapidi con la stella di David sono coperte da edera, erba e radici sbalzanti, i sentieri quasi non si vedono, le scritte sulle tombe sono cancellate dalla bora e dalla pioggia mentre i parenti rimasti hanno lasciato i sassolini sulle tombe. Ma ogni tanto spunta qualche nome: ci sono i Pollack (genitori del pittore Gino Parin), i Fano, i Morpurgo, c’è la tomba di Saul Sadoch, che fabbricava cartine di sigarette, ci sono gli Ascoli, i Luzzatto Fegiz della Doxa, i Brandeburg, i Levi, i Coen, i Modiano delle omonime carte da gioco, i Goldstein, gli Eppinger famosi pasticceri. C’è anche Elio Schmitz mentre non riposa qui suo fratello Italo Svevo e nemmeno Umberto Saba, nato Poli. Non vedo neanche Giorgio Voghera: i grandi della letteratura triestina, molti dei quali ebrei, sono da altre parti.
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Camminare lungo la strada dei cimiteri di Trieste è come leggere una pagina del diario di questa balzana città: gruppi di persone si incastrano gli uni vicini agli altri e tentano di trovare il proprio spazio sulla strada ma sono travolti dalla Grande Storia e dalle loro storie personali,  che cercano di dimenticare il più in fretta possibile, seppellendole sotto il muschio brillante e i secchi aghi di pino.

Come mangiare croste di polenta fissando Andy Warhol: a Casa Cavazzini arrivano gli americani


Andy Warhol, Speedskater, 1984

Andy Warhol, Speedskater, 1984

Dopo il terremoto in Friuli i più famosi artisti americani degli anni ’70 si mobilitarono creando il Friam (Friuli Art and Monuments) un comitato di supporto col quale affidarono alle terre martoriate dal sisma alcune loro opere. Dopo anni in cui erano stati mostrati poco, ora 115 lavori sono esposti a Udine in Casa Cavazzini: la mostra “Stars&Stripes” presenta sino a fine marzo fuoriclasse come Andy Warhol, De Kooning, Roy Lichtenstein, Rauschenberg, Jasper Johns e molti altri.

Non vado alle inaugurazioni ma siccome ero in zona e avevo fame mi ci sono ficcato, accompagnato da una delle mie badanti preferite: nell’ampio salone del museo udinese, tra stucchi vintage e colonne di marmo, spunta il rubizzo Furio Honsell a decantare le imprese dell’Arte, dell’America e del Comune.

Il Quadro Untitled di Willem De Kooning del 1970

Willem De Kooning, Untitled, 1970

La sfilata di opere d’arte è spettacolare, c’è tanta storia della Pop Art e dell’Espressionismo Astratto, con pezzi mirabili e c’è tanta gente. Siccome c’è tanta gente non riesco a vedere bene i quadri, mi toccherebbe sgomitare e non è il caso, quindi mi metto a guardare i musi che ho attorno: alcuni sono degni del miglior Pollock. L’età media è di 86 anni, gli uomini hanno giacca scamosciata e sciarpina di seta colorata o svolazzanti foulard, molti hanno abbronzature stile Paramaribo e occhiali rossi o gialli in tinta. C’è uno stravagante con un parrucchino misto lana che gira con una scarpa nera e una bianca mentre le donne hanno cappellini verde tirolese e pelliccione d’ermellino. Quando vedo una vecchia in pelliccia mi viene sempre in testa quella battuta di Paola Borboni. “Vede questa pelliccia? Ogni pelo, una scopata!”.

Appena finito di parlare, Honsell inizia a stringere mani in previsione delle prossime elezioni. E’ il segnale d’attracco tanto atteso: l’orda umana si trasferisce in un secondo nella stanza attigua, dove tre servitori in livrea attendono attorno alla tavola imbandita. La prima vittima è il cameriere che porta in giro lunghi stuzzicadenti impilati con croste di polenta che sono polverizzate in 3 secondi netti. Poi è il turno di quello che tiene la tavola dei vini: i bicchieri vengono riempiti e svuotati contemporaneamente e si inizia a sentire qualche risata sguaiata.

Tutti ci ingozziamo come tordi, qua c’è gente che non mangia da 3 anni. Mi incastro in un angolo tra un geometrico Frank Stella e un Rosenquist d’annata e arraffo come posso: bignè al salmone, voulevant alla crema di noci, grissini torinesi con prosciutto crudo e bocconcini di patè d’Orleans. La confusione aumenta creando uno straniato effetto Doppler mentre tutti ciarlano dei loro drammi, non sanno che regali farsi per le feste. Nelle altre sale, desolate e vuote, il “Senza titolo” di De Kooning e lo “Skater” di Warhol ci fissano da lontano senza dire una parola.

Ma che fine ha fatto il “Marinaio russo” di Sergio Miniussi?


Sergio Miniussi, lo scrittore di Monfalcone

Sergio Miniussi

Uno dei più grandi romanzi italiani del ‘900 è firmato da uno scrittore di Monfalcone. Il paradosso è che questo romanzo non è mai stato pubblicato e si trova ancora in qualche cassetto di qualche scrivania di qualche casa editrice. Un’altra cosa stramba, la meno stramba di questa storia, è che Sergio Miniussi a Monfalcone non lo conosce quasi nessuno. C’è solo una targa sul muro della sua casa natale, in Corso del Popolo, mentre il Fondo documentario che raccoglie le carte dell’autore  si trova all’Archivio di Stato a Trieste.

Sergio Miniussi è stato il più grande scrittore monfalconese: nato ai piedi del Carso nel 1932 e morto a Roma nel 1991, dopo l’infanzia trascorsa tra la nostra città e Trieste, dove frequentava il cenacolo letterario di Anita Pittoni, se ne andò a Parigi, laureandosi alla Sorbona e diventando intimo amico del Premio Nobel Albert Camus. Tornato in Italia,  sviluppò la sua carriera di giornalista, scrittore e regista per la RAI. Il suo libro più noto, “I peccati del corvo”, uscito nel 1968, racconta la storia di morti violente accadute a Trieste e delle indagini del protagonista- narratore per scoprire i motivi di quelle strane faccende.

La casa natale di Sergio Miniussi in Corso del Popolo a Monfalcone

La casa natale di Sergio Miniussi in Corso del Popolo a Monfalcone

Ma c’è un altro suo libro che non ha mai visto la luce, un libro dal destino misterioso. Lo scrittore monfalconese aveva iniziato a scrivere il “Marinaio russo” alla metà degli anni ’60 e poi lo aveva inviato alle maggiori case editrici italiane e francesi. Tutti ne avevano apprezzato la qualità, il libro aveva sedotto anche il temuto critico Carlo Bo che in una lettera lo aveva indicato come uno dei migliori romanzi dell’intero ‘900 italiano…

Le vicissitudini del romanzo sono una sorta di leggenda: colpito dall’altissimo livello del testo, un editore francese ne aveva comprato i diritti, pronto a farne una produzione di successo. L’editore aveva attivato la sua migliore traduttrice per tradurlo dall’italiano alla lingua di Rimbaud ma i tempi di traduzione erano stretti e la donna doveva battere a macchina come una forsennata. Una sera la traduttrice si addormentò con la sigaretta accesa davanti alla macchina da scrivere, la cenere cadde sulla scrivania piena di carte e prese fuoco: la casa, piena di libri e fogli, si incendiò. La donna morì tra le fiamme che distrussero anche il dattiloscritto. Tutti erano convinti che quella fosse l’unica copia esistente del “Marinaio” e per molto tempo lo si credette perduto per sempre.

La casa natale di Sergio Miniussi a Monfalcone

Casa natale di Sergio Miniussi (particolare)

Un giorno lo scrittore Gesualdo Bufalino si mise a ordinare il suo archivio e tra i documenti scoprì di avere il testo del “Marinaio”, che venne consegnato a una casa editrice romana. Sembrò la volta buona per l’uscita in grande stile del lavoro di Sergio Miniussi, ma il libro non uscì mai. Che fine ha fatto? Noi lo stiamo ancora aspettando.