A Trieste col Giusto de San Giusto la vita, amico, diventa l’arte dell’incontro


 

Trieste, via Bernini, in zona San Giusto

Trieste, via Bernini

A due passi da San Giusto c’è un bar di scombicchierati: l’area riservata ai fumatori e quella per i non fumatori sono invertite e appena entri vieni travolto da una marea di sigarette, roba alla quale non eri più abituato. In un metro quadrato tutti calippano mentre la zona per i non tabagisti è una gattabuia sul fondo, divisa dal resto del locale da una porta a vetri sempre aperta.

Il bancone corre perpendicolare all’entrata ed è dominato dal Giusto de San Giusto, un Erroll Flynn invecchiato male, con due baffi color cenere spenta e una sigaretta ad ogni angolo delle labbra screpolate. Alle pareti, fotografie del padrone coi clienti scattate alle 3 del mattino e degne del finale di Shining. Il vecchio barista benedicente dirime liti, offre consigli amorosi, pratica un counseling on the road, accende graziose ventenni a caccia di emozioni forti servendo Cynar in bicchieroni da spremuta.  

Attorno a lui una piccola tribù: Nevio ha una faccia da Medina di Tripoli e una voce che sembra una sega circolare grattata su un binario, Ciano e Candido giocano alle slot e un sentimentale d’altri tempi si attacca al Juke Box tirando fuori un Endrigo mai sentito. C’è il motociclista col giubbotto di pelle e i denti a diastema, c’è uno che urla da solo ” Il Villaggio globale! Siamo nel Villaggio globale!“. Gironzola una donna secca con occhi a forma di spille da punk: siccome la vicina galleria è chiusa sino alle 5 del mattino per lavori in corso, lei ha già deciso di restarsene al banco tutta la notte e nessuno ha il coraggio di dirle che tutte le altre strade per tornare a casa sono aperte.

 

Trieste, il bar Galleria in via Bernini

Trieste, via Bernini

A mezzanotte arriva la vamp ossigenata che saluta tutti, ha una rosa in mano e si lamenta dei suoi continui attacchi di panico: da esperto psicologo il Giusto de San Giusto la liquida con un “Se te sta mal, te podevi star casa”. Nevio attacca bottone con la donna in difficoltà, ma per lui non è serata, la biondona risponde duramente e se ne va col tacco 24 e un decolletè ancora caparbio. Altre bionde sgasate attendono al bancone e la notte si consuma tra le piroette di Ennio che tenta un walzer crollando a terra  pieno di infelicità mentre la nuvola di tabacco è così densa che bisogna andar fuori a prendere aria.

Dall’altra parte della strada c’è un locale affollato dalla Sinistra giovane&trendy: escono ragazzi che hanno assistito a spettacoli teatrali divertendosi molto, hanno occhiali Rayban, lunghe sciarpette color senape e cappotti vintage anni ‘70 a losaghe. Discutono di arte e bevono drinks e le ragazze dagli occhi accesi sorridono all’irriverente che si sta mangiando un uovo sodo. Fissata la scena, si torna nella nuvola incrostata di fumo, dentro quei pochi metri dominati dal Giusto, in cui la disperazione è l’unica forma di autodifesa e la vita diventa, per un attimo, amico mio, l’arte dell’incontro.

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Jovanka è morta e Monfalcone perde una stramba leggenda metropolitana


Josip Broz Tito e sua moglie Jovanka

Tito e Jovanka

La morte di Jovanka, vedova del Maresciallo Tito, mi ha fatto tornare in mente una delle più strambe leggende metropolitane mai circolate a Monfalcone. C’è questa curiosa storia, che non ho mai saputo se fosse vera o no: Jovanka Broz sarebbe stata la sorella della moglie di un notissimo e facoltoso commerciante monfalconese.

La storia della parentela nacque per la comune origine e la somiglianza fisica tra le due donne.  La voce popolare racconta di come, certe mattine, in pieno centro a Monfalcone arrivasse l’automobile con a bordo la “first lady” jugoslava, la moglie di uno degli uomini più temuti, odiati e rispettati del secolo scorso. Jovanka scendeva tranquilla dall’auto entrando nel palazzone in cui abitava la sorella. Al piano terra del palazzo c’era (e c’è ancora) il negozio del cognato in cui Jovanka si riforniva di quei preziosi generi che in Jugoslavia difficilmente avrebbe trovato.

Jovanka sorride, Tito osserva le grazie di Liz Taylor

Jovanka sorride, Tito osserva le grazie di Liz Taylor

Le due donne parlavano per ore, forse Jovanka si lamentava delle intemperanze matrimoniali del noto coniuge il quale, come spesso accade ai leader politici mondiali (dittatori o meno) apprezzava assai la compagnia delle belle donne. Sophia Loren, Liz Taylor e altre bellissime dell’epoca erano ospiti della residenza estiva di Josip Broz alle Brioni. E Jovanka doveva inghiottire, sorridendo ai fotografi.

La leggenda metropolitana monfalconese dice anche che i rapporti tra i due presunti cognati erano molto stretti e ipotizza pure che il monfalconese rifornisse la Repubblica socialista di quei preziosi oggetti che finivano in dono a personaggi agli antipodi ma tutti omaggiati con generosità dal leader jugoslavo: la Regina d’Inghilterra, Papa Montini, John Kennedy, Nixon e Fidel Castro erano gratificati da scintillanti souvenir durante i viaggi di Stato del grande capo.

Josip Broz Tito, la moglie Jovanka e il Pontefice Paolo VI

Jovanka, Tito e Paolo VI

Quei regali ai potenti sono il simbolo di un’epoca lontana e provenivano da Monfalcone: il negozio nel quale erano confezionati funziona a meraviglia e ancora oggi lavora con le più famose marche del mondo mentre il Palazzo del potere jugoslavo, da cui Jovanka fu defenestrata alla morte del Maresciallo nel 1980, si è sbriciolato tra orrende stragi e massacri di interi popoli.

Il bel Rene’ si è fermato a Grado: storia di mare, banditi, sbirri, evasioni e dell’ultima libertà


Renato Vallanzasca

Renato Vallanzasca negli anni ’70

Chi va a Grado d’estate cerca riposo, pace, tranquillità, mare e un po’ di evasione. Anche nell’estate di 26 anni fa l’Isola del Sole si dimostrò un’accogliente meta turistica famosa a tutti i livelli: oltre a tedeschi, austriaci, inglesi, veneti, milanesi, romani e piemontesi, oltre a famiglie, vecchi, bimbi e ragazze, l’isola sapeva attrarre pure i banditi incalliti.

Era l’8 agosto del 1987 e la Provinciale che da Grado porta a Monfalcone era controllata con discrezione da una pattuglia che doveva riconoscere e bloccare un cittadino al di sotto di tutti i sospetti. Renato Vallanzasca era scappato 20 giorni prima dalla cabina-cella di un traghetto che da Genova doveva trasportarlo in una galera nuorese. Ma sulla nave il bandito aveva fregato la scorta, composta da agenti molto giovani, che più tardi furono puniti da un Tribunale militare, ed era scappato precipitandosi in auto verso Trieste per espatriare in Jugoslavia ( alla maniera di Roberto Calvi). Dicono che nel capoluogo giuliano avesse una donna – la milionesima – che spasimava per lui.

Grado, Hotel Uliana

Grado, Hotel Uliana

Il bel Rene’ si era fermato a Grado piazzandosi all’Hotel Uliana, nella zona del palazzo dei Congressi. Con documenti ovviamente falsi e senza baffi se ne stava tranquillo senza disdegnare l’approccio da esperto gagà con le belle cameriere. Mi ricordo che la padrona dell’hotel dichiarò che era un uomo a modo, elegante e simpatico. Non sembrava uno che da anni riempiva la cronaca nera con rapine, ammazzamenti, traffici, sequestri (aveva rapito anche una ragazza che poi si era innamorata di lui…), droghe, soldi sporchi, ricatti, galere, fughe, mala milanese, camorra, mafia, sgozzamenti, Cutolo, Turatello e altre schifezze dei ruggenti ’60 e ’70.

Invece di donne da conquistare, a Grado Vallanzasca aveva trovato i carabinieri sollecitati, si sussurrò, da una soffiata di qualcuno, forse di un ex compagno di carcere o di qualche agente segreto che stazionava qua da noi. L’8 agosto Renato stava pranzando in hotel ma una telefonata misteriosa lo avvertì che i “caramba” erano sulla sua pista, lui prese al volo i bagagli e con in tasca una bottiglia di whisky e un po’ di soldi se ne andò verso Monfalcone. Lo beccarono nella zona di Primero e lui, seguendo il galateo del braccato, si complimentò con chi lo aveva catturato, non prima però di un’ultima ribellione che fu troncata dagli uomini in divisa.

Renato Vallanzasca oggi

Renato Vallanzasca oggi

A Grado finì la sua carriera di bandito e iniziò quella di condannato a 4 ergastoli e a 295 anni di carcere: da quella volta il criminale milanese non è più riuscito a scappare. Ha però continuato a far parlar di se’, specie per il suo lavoro fuori dalla galera e per il film di Michele Placido con Kim Rossi Stuart. Poca roba, per un abituato a far tremare tutta l’Italia, ad avere soldi e donne e casini a bizzeffe. Preferisce il silenzio, mettersi in mostra non gli piace come un tempo e non gli conviene neanche: vuole solo essere dimenticato, ha detto una volta. Assai difficile. E chissà se in questi anni si sarà pentito, oltre che di tutto il resto, anche di aver ceduto al fascino dell’isola del Sole, in quell’agosto del 1987.