Come mangiare croste di polenta fissando Andy Warhol: a Casa Cavazzini arrivano gli americani


Andy Warhol, Speedskater, 1984

Andy Warhol, Speedskater, 1984

Dopo il terremoto in Friuli i più famosi artisti americani degli anni ’70 si mobilitarono creando il Friam (Friuli Art and Monuments) un comitato di supporto col quale affidarono alle terre martoriate dal sisma alcune loro opere. Dopo anni in cui erano stati mostrati poco, ora 115 lavori sono esposti a Udine in Casa Cavazzini: la mostra “Stars&Stripes” presenta sino a fine marzo fuoriclasse come Andy Warhol, De Kooning, Roy Lichtenstein, Rauschenberg, Jasper Johns e molti altri.

Non vado alle inaugurazioni ma siccome ero in zona e avevo fame mi ci sono ficcato, accompagnato da una delle mie badanti preferite: nell’ampio salone del museo udinese, tra stucchi vintage e colonne di marmo, spunta il rubizzo Furio Honsell a decantare le imprese dell’Arte, dell’America e del Comune.

Il Quadro Untitled di Willem De Kooning del 1970

Willem De Kooning, Untitled, 1970

La sfilata di opere d’arte è spettacolare, c’è tanta storia della Pop Art e dell’Espressionismo Astratto, con pezzi mirabili e c’è tanta gente. Siccome c’è tanta gente non riesco a vedere bene i quadri, mi toccherebbe sgomitare e non è il caso, quindi mi metto a guardare i musi che ho attorno: alcuni sono degni del miglior Pollock. L’età media è di 86 anni, gli uomini hanno giacca scamosciata e sciarpina di seta colorata o svolazzanti foulard, molti hanno abbronzature stile Paramaribo e occhiali rossi o gialli in tinta. C’è uno stravagante con un parrucchino misto lana che gira con una scarpa nera e una bianca mentre le donne hanno cappellini verde tirolese e pelliccione d’ermellino. Quando vedo una vecchia in pelliccia mi viene sempre in testa quella battuta di Paola Borboni. “Vede questa pelliccia? Ogni pelo, una scopata!”.

Appena finito di parlare, Honsell inizia a stringere mani in previsione delle prossime elezioni. E’ il segnale d’attracco tanto atteso: l’orda umana si trasferisce in un secondo nella stanza attigua, dove tre servitori in livrea attendono attorno alla tavola imbandita. La prima vittima è il cameriere che porta in giro lunghi stuzzicadenti impilati con croste di polenta che sono polverizzate in 3 secondi netti. Poi è il turno di quello che tiene la tavola dei vini: i bicchieri vengono riempiti e svuotati contemporaneamente e si inizia a sentire qualche risata sguaiata.

Tutti ci ingozziamo come tordi, qua c’è gente che non mangia da 3 anni. Mi incastro in un angolo tra un geometrico Frank Stella e un Rosenquist d’annata e arraffo come posso: bignè al salmone, voulevant alla crema di noci, grissini torinesi con prosciutto crudo e bocconcini di patè d’Orleans. La confusione aumenta creando uno straniato effetto Doppler mentre tutti ciarlano dei loro drammi, non sanno che regali farsi per le feste. Nelle altre sale, desolate e vuote, il “Senza titolo” di De Kooning e lo “Skater” di Warhol ci fissano da lontano senza dire una parola.

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