Accadde a Prosecco, con Boris Pahor, un caffè e un povero Cristo in auto


Boris Pahor

Boris Pahor

Incontrammo Boris Pahor a Prosecco nel febbraio di qualche anno fa: il gruppetto voleva intervistare il grande scrittore triestino di lingua slovena per una Web tv locale. Giorni prima, il direttore irresponsabile della testata telefonò al professore e fissò un appuntamento al bar dove il letterato andava di solito a bere il caffè.

La troupe arrivò puntuale e si presentò a Pahor: lo scrittore se ne stava seduto a leggere i giornali, li guardò e disse: “Ma io non vi stavo aspettando, mi trovate qui per caso, tra 5 minuti devo andare”. L’orrore della figuraccia si stampò sulla faccia del direttore irresponsabile che per non farsi sgamare dagli altri iniziò a sistemare a caso cavalletti, telecamere e microfoni.

Il giornalista che doveva intervistare Pahor era un ragazzo tranquillo e con un piede sinistro da categoria superiore: stava controllando le domande da fare all’autore di “Necropoli”, da anni inserito nei papabili per il Premio Nobel. ”Ha la luce in faccia, non possiamo riprenderlo così”- disse il cameraman. I raggi del pallido sole colpivano Pahor in pieno volto e si riflettevano sugli occhiali spessi. Il direttore chiese se, per cortesia, poteva spostarsi. “Io mi siedo sempre a questo tavolo”- rispose Boris P., secco.

Il Narodni Dom bruciato dai fascisti (Trieste, luglio 1920)

Il Narodni Dom bruciato dai fascisti (Trieste, luglio 1920)

Nell’intervista, che poi non andò in onda per oscuri motivi, parlammo di guerra, lager, l’incendio al Narodni Dom, fascismi, comunismi e tutte le varie schifezze del ‘900 che Pahor aveva conosciuto e pagato sulla sua pelle. Ancora oggi, a 100 anni suonati, Pahor sta sulle scatole a molti: le vecchie tragedie qua da noi vengono ancora usate per procurarsi voti e caregone ma contro Pahor il giochetto del “comunista contro fascista” non funziona. Non è mai stato ne’ l’uno ne’ l’altro e questa disarmante equidistanza fa incazzare un sacco di gente che non sa da che parte prenderlo e attaccarlo. Pahor mostrò una lucidità che noi trentenni ci sogniamo, parlando delle molte storie vissute lungo il secolo disastroso della zona più incasinata d’Europa.

Quando finimmo era ora di pranzo e bisognava tornare a casa ma Pahor era arrivato a piedi e aveva perso l’autobus. Il ragazzo che l’aveva intervistato aveva una Panda scassata. “Professor, la porto io…”-propose e Pahor accettò l’invito.

Proprio in quel momento il ragazzo si ricordò che pochi giorni prima era stato gran protagonista in un furente Carnevale di Muggia: si era vestito da Gesù Cristo, sfruttando l’indubbia somiglianza fisica, con tanto di tunica e corona di spine. Niente di male, ma il problema era che si era dimenticato il simbolo del Cristianesimo in auto. Ormai era troppo tardi per rimediare. Li vedemmo partire, stretti dentro la Panda rossa: il giovane di belle speranze guidava imbarazzato, il celeberrimo vegliardo in odor di Premio Nobel continuava a raccontare mentre  una gigantesca Croce di plastica bianca ballonzolava bruscamente ad ogni curva sui sedili posteriori.

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