Tutti i bar di Monfalcone hanno il loro Jean Paul Sartre


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Jean Paul Sartre

A Monfalcone, si sa, basta aver letto due tascabili Harmony per essere considerati dei fini intellettuali e, per larghezza di vedute, dei Sartre del terzo millennio. Uno di questi intellettuali è Pino L.: 60 anni appena sfatti, sguardo sbandato, canotta blu sporco, baffetti alla David Niven. E l’aria da viveur notturno confermata ogni sera nei suoi vagabondaggi in bici.

Pino ha tre indefesse convinzioni: una netta idiosincrasia per il lavoro, un forte interesse per le donne di tutte le taglie e  mestieri e una sviscerata passione per i bicchieri riempiti. Come dargli torto?

Ci sono tre istanti che me lo fermano nella memoria. Una sera di qualche estate fa io e J.C., un mio amico di origini sarde, eravamo in via Sant’Ambrogio a sorseggiare dell’alcool. Pioveva e ci riparavamo sotto i portici quando arrivò Pino che cercò con scarso successo di attaccar bottone con noi. All’improvviso passò una bionda teutonica in short stretti, gambe chilometriche, pelle di pesca, sorriso da infarto e senza reggiseno: una meraviglia di ragazza. Tutti noi ci girammo in simultanea per guardarla ancheggiare, riconoscendoci in un senso comune di appartenenza alla razza umana. Ma, forse più sensibile di noi, Pino sbottò con un secco: “Osti, guarda che figassa… Per una come questa potrei anche tornare a lavorare!

Un’altra sera Pino gironzolava per i locali ancora aperti, saranno state le 3 di notte di un giorno di mezza settimana. In Buzz non c’era nessuno tranne uno gettato sul banco. Pino entrò e con mia grande sorpresa era completamente nudo. Non del tutto, comunque: aveva infatti un paio di calzini bianchi ai piedi. Io e la Signora lo guardammo un poco perplessi, infatti persino la Lizia non riusciva a dir parole. Era quindi nudo e sulla porta sbraitò, drammatico: “C’è Mario? E’ qui Mario? Dove sei finito, Marioooo?!?” Io e la Signora lo guardammo ancora e lui, non ricevendo risposta alla sua legittima questione, sbattè la porta e uscì. Lungo via 9 giugno lo sentivamo domandare ai pali della luce se qualcuno di loro avesse visto il suo amico.

Dicevo all’inizio che a Monfalcone basta aver letto due tascabili e si diventa automaticamente intellettuali di prestigio. Infatti ero in via Roma a notte nemmeno tanto fonda. Pino era con un degno compare ( forse era proprio Mario) e discuteva di altri locali. Infatti a Monfalcone è tipico trovarsi in un bar e parlare di altri, è come stare con la tua ragazza e parlare di altre donne, non è una grande idea, ma capita. Pino aveva un vuoto di memoria.  “Come si chiama – domandò- quel bar in via Cosulich vicino alla Capitaneria?” “Non so – rispose l’amico – ma mi sembra che si chiami come quello scrittore ubriacone che scriveva robe sconce…” “Eh, non mi ricordo – annuì Pino che poi aggiunse – ma pensa te: in quel posto hanno il cesso con le piastrelle nuove e sono così belle che mi seccava persino andarci a far la pipì!”. Non sappiamo, per la cronaca, dove poi l’abbia fatta.

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2 thoughts on “Tutti i bar di Monfalcone hanno il loro Jean Paul Sartre

  1. A me ‘sto Pino verrebbe voglia di incontrarlo… 🙂
    lo hai descritto veramente bene, complimenti!
    a proposito, qui ci ritorno, voglio leggere altre cose…. 🙂
    sii gentile, lascia l’uscio accostato…. 😉

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