Storia di parrucchieri cinesi a Monfalcone, Cassius Clay, Vietnam e ghiribizzi


coltello cineseQuanto tagliale?” La domanda aleggiava nel centro di Monfalcone il giorno in cui decisi di andar dai cinesi (o sono giapponesi?) a tagliarmi i capelli. C’è un sacco di gente che non vuole andare da loro: dicono che non pagano le tasse. Perchè, gli italiani lo fanno? Dicono che fanno le tinture con la tempera e il carbon coke. Beh, meglio che spacciare. Comunque io non detesto ne’ i cinesi ne’ i giapponesi, non mi hanno fatto nulla. Detesto solo chi mi ha fatto del male, nessun altro.

In fondo è come quella frase del grande Cassius Clay  (poi divenuto Muhammad Alì), quando si rifiutò di partire per la guerra in Vietnam e il governo Usa gli tolse la patente e anche il titolo di campione del mondo dei pesi massimi e anche lo ficcò in galera, in quanto nero, renitente e per di più musulmano. Chissà se c’era Guantanamo, quella volta.

Comunque -dicevo- è come quella frase di Clay  Alì, quando si rifiutò di andare in Vietnam. “Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro”- disse. Appunto, quindi perché avercela con gente che non ti ha detto o fatto mai niente di male? Prenditela con quelli che ti hanno rotto le gonadi e che magari hanno la faccia, la pelle e la lingua come la tua, no?

Ma torniamo al mio caso: io sono abbastanza brutto e quindi tagliarmi o no i capelli non muta la realtà, ma la mamma insiste e quindi devo andarci, lei spera ancora che mi trovi qualche brava ragazza e che mi accasci da qualche parte. Per questo mi tocca di andare da qualche parrucchiera tignosa, che mi carica di lamentele sulle tasse da pagare, mancanza di lavoro, clienti idioti e pieni di forfora o sui problemi della ricostruzione unghie o su  chi si scopa Belen. A me di queste cose frega poco, anch’io pago le tasse e non mi lamento, non ho la forfora, le unghie me le mangio con gusto e non farò mai l’amore con Belen, per cui sono fuori dalla modernità.

Non solo: la parrucchiera nostrana prima ti fa aspettare mezzora perchè deve lisciare il pelo alla vecchiaccia di turno, poi ti impiomba delle suddette chiacchiere e infine ti spara 20 euro per una rasoiata di 3 minuti netti, eseguita inoltre parlando al telefono con la sua amica che sta sputtanando le scarse doti del marito. E tu, a mezzo centimetro, senti i anche i particolari. In via 9 giugno invece ti ficcano subito sulla poltrona, ti tagliano la zazzera in un minuto netto e alla fine ti fanno pagare 10 euro (con scontrino). Il ragazzo è gentile e silenzioso, si chiama Matteo. Non ho mai capito perchè i cinesi che conosco si chiamano tutti Franco, Ugo, Carlo e Matteo.

Matteo è secco, preciso, senza fronzoli, l’unica frase che ti rivolge è “Quanto tagliale?”. Nessuna chiacchiera, niente gossip, niente fondate critiche al sindaco, al Governo o all’opposizione o su chi mette le corna a chi. E – soprattutto- nessun commento trito e ritrito sulla crisi mondiale.

Anche perché che ne sa il cinese della crisi mondiale? Quelli fanno lavorare i bambini di 4 anni nelle miniere di rame e se qualcuno protesta gli tagliano il codino e anche tutto il resto. Per forza che hanno i miliardi.

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2 thoughts on “Storia di parrucchieri cinesi a Monfalcone, Cassius Clay, Vietnam e ghiribizzi

  1. Sono nata a Gorizia e di lavoro mi occupo di internazionalizzazione. C’ho di che divertirmi con questo post.

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