Quando il Monfalcone spaventò il Real Madrid…


A Monfalcone la clamorosa notizia deflagrò nelle strade assolate e sonnolente di quell’estate del 1991. Letto il giornale, gli uomini scapparono dagli ombrelloni, lasciando le donne a vedersela da sole con i poppanti, i ragazzini rubarono i motorini ai fratelli maggiori, i fratelli maggiori rubarono le auto ai genitori, i nonni in pigiama uscirono dagli ospedali dove erano stati rinchiusi per non romper le scatole ai figli che andavano in vacanza.

Il Real Madrid a Monfalcone

Il Real Madrid a Monfalcone

Il Real Madrid gioca a Monfalcone! Sorrisi compiaciuti, incredulità, sconcerto. Ma come può essere? Il più grande club del mondo che sfida noi poveri cristi bisiachi? Impossibile. Monfalcone  contro Real Madridstadio Comunale di via Boito, 28 luglio 1991, gara amichevole. La locandina sembrava uno scherzo, invece era vero. Grazie ai buoni uffici della società monfalconese e al fatto che il Real era in ritiro prestagionale in zona, la cosa si realizzò.

4000 persone si rompevano i calcagni e gli avambracci in fila fuori dal “Comunale”, vecchi nostalgici di Puskas, Gento  e Di Stefano e ragazzini ammaliati da Buyo, Prosinecki, Michel. Michel era quello che un anno prima ai Mondiali in Italia, dopo una tripletta alla Corea del Sud, se ne andava in giro per il campo urlando: “Yo soy el Maestro!!!” picchiandosi il petto villoso rivolto ai giornalisti che lo criticavano. Arroganza allo stato puro (oggi si chiama autostima).

Sullo spelacchiato campo all’ombra del Cantiere il leggendario Real carico di scudetti e coppe e della sua storia di club calcistico più famoso, ricco, potente, amato, odiato, discusso, premiato del mondo: il club del Caudillo Franco e del Re. Le merengues, le meringhe, immacolati come santi, giocatori celeberrimi che avevamo visto solo in tv.

In tribuna, già strapiena ore prima della partita e affossata in un caldo subsahariano, arrivò anche il “Vate della panchina” Arrigo Sacchi, penetrando con la sua zucca lucida e la sua Porsche altrettanto lucida allo stadio, tra ali di  bambini a caccia dell’autografo e in compagnia di Ramon Mendoza, presidente del Real, gonfio di milioni e di campioni.

Dall’altra parte il Monfalcone di  Saturno, Gaeta e Ispiro e del tecnico Franzot, insomma, la nostra squadra che militava con dignità in Serie D. Ci era arrivata pochi anni prima  grazie alle carte bollate e non sul campo. Fra i dirigenti di casa sino a non poco tempo prima c’era Sandro Bello detto Bellosconi. “Bello portaci in C2”, urlava una scritta sul muro esterno dallo stadio alla fine degli anni ’80. Risultato? Pochi anni dopo gli azzurri precipitarono in Terza Categoria…

La partita comincia: fumogeni, bandiere e cori per cercare di sostenere gli azzurri, impegnati alla sfida più sfavorevole della loro lunga storia. Ma non c’è timore reverenziale, sembra incredibile, ma così è, il Real gigioneggia, palleggia stanco e frustato dal caldo e i bisiachi ci provano.

Ed ecco l’istante che ti può cambiare l’esistenza: Stefano Perco, ala destra di quel Monfalcone, segue una azione sulla fascia, riceve il cross, beffa i monumenti Sanchis e Tendillo, come aveva fatto solo Marco Van Basten un anno prima in Coppa dei Campioni,  e si presenta a tu per tu col portiere Buyo, un tipo abbastanza nervosetto… Il tiro non è indimenticabile, ne viene fuori un pallone smorzato, lentissimo. Lo stadio sospende il cuore, se Perco segna è infarto. Ed invece la sfera lemme lemme, come una domenica  pomeriggio in cui non sai dove andare, piglia il palo ed esce.

E’ ancora 0-0, il Real non reagisce, è incredulo che questo minuscolo avversario osi mettere in discussione le sue conquiste, i suoi 25 scudetti, le 16 Coppe del Re, le 6 Coppe dei Campioni, le due Coppe Uefa, le Intercontinentali, le Supercoppe, le Ultracoppe, etc etc. Al massimo noi eravamo arrivati in Serie B, ma nel 1931…

Ad un certo punto, pur andando a due all’ora, il team ospite si mette a far sul serio e Gheorge Hagi, il mancino rumeno detto il Maradona dei Carpazi ( all’epoca c’erano anche il Maradona del Nilo, il Maradona della Foresta Nera, degli Urali, del Bosforo e il Maradona di Grado Pineta…) sigla il vantaggio iberico.

Il Real insiste: al 25’ improvvido scatto di Emilio Butragueno, l’uomo che aveva vinto tutto, il ragazzo d’oro del Real, il “Buitre” ovvero l’avvoltoio delle aree di rigore, che quando puntava la porta faceva matematicamente  gol.

Il “Buitre” si avvicina a Carloni, il nostro portiere, lo fissa e calcia. E’ rete? No, la palla esce. E Carloni, uno che non aveva paura di nessuno, non si lasciò scappare l’occasione. “Omo– disse per farsi capire meglio, intuendo le affinità fra bisiaco e castigliano- la prosima volta che te passi par de qua, almeno indrissa el pie! ”Fu un fulmine per il biondo centravanti, che da quelle parole così crude iniziò la parabola discendente della sua carriera.

La partita finì con gli inevitabili cambi della ripresa, quelli del Monfalcone si difesero bene, maturando un k.o. per 3-0 che a dir di tutti fu troppo pesante. I nostri, che in campionato avevano sofferto squadrette come l’Opitergina, il Fulgor e il Giorgione, avevano quasi firmato il miracolo.

Ma c’è gente che quel match non l’ha visto. Italo, ad esempio. Italo era un barbuto e ossuto centrocampista della Romana, glorioso club cittadino militante per secoli nell’ultima categoria esistente.

Qualche giocata buona ce l’aveva anche lui e pure un sacco di buone iniziative. E quindi perchè non tentare? Sapeva che il presidente Mendoza aveva ormeggiato il suo panfilo al porticciolo “Sauro” dietro lo stadio. Italo, paziente e tenace, si mise in testa una idea anche abbastanza geniale: andare a palleggiare sulla banchina del porticciolo, nella speranza che il boss madrista lo notasse e lo ingaggiasse fra i bianchi. Italo andò avanti 3 ore a provar palleggi, tacchi, finte e colpi di testa. MaRamon motteggiava in tribuna con qualche bella bisiaca  e non se lo filò moltissimo.  Per il barbuto centrocampista fu una grossa delusione: il passaggio dalla Romana al Real sfumò e per anni fu convinto che fosse stato solo per colpa di pretese di ingaggio troppo esose…

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